L'apice dell'abisso di 'sto mese

mercoledì, giugno 04, 2014

prigionia

Seduto attendo.
Le braccia torte indietro e cinte dal ferro mandano piccole scosse elettriche di informazioni al mio cervello. Dolore, dolore. Dicono.
Il cervello elabora e dopo qualche ora decide di non ascoltare più e dimenticare. Finge che non ci siano più braccia o polsi legati. Annega ogni ulteriore stimolo in un formicolio bianco e piatto.
Le gambe, ugualmente legate, non soffrono allo stesso modo e rimangono lì, inerti e inutili. Anni di televisione le hanno abituate a stare in attesa. Della fame dello stomaco, di solito. O delle impellenze della vescica. Adesso se ne stanno quiete, pacate, ignorando la fame e accogliendo un tepore improvviso elargito da valvole idrauliche sfinite. Plic, plic.
La testa ciondola. Appoggia il mento sul petto e lascia i capelli ad ondeggiare agli spifferi che arrivano da dietro una tenda. Avanti, indietro. La testa se ne resta tranquilla. Ha avuto i suoi momenti di agitazione ma li ha soffocati in fretta. Ha sognato rivalse ma a che pro? Un muro ho davanti. Ed è tanto spesso ed alto e ampio che non può essere superato. E allora la testa mi dice tranquillo. Io ciondolo. In attesa.

Da in fondo alla sala ferro arrugginito cigola. Scarpe pesanti mi avvisano che l'attesa è finita.

Sia quel che sia, basta che sia libertà.

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